Ott 14, 2011 - News    No Comments

La Rainbow Warrior III

La prima è stata bombardata dai militari francesi. 
La seconda è stata colpita, confiscata e speronata dalle imbarcazioni governative, assaltata dalla polizia, eppure amata da milioni di persone. La Rainbow Warrior ci ha permesso di raggiungere anche le aree più remote del Pianeta, dove si compiono disastri ambientali lontano dagli occhi di tutti. 
Icona di speranza e custode del Pianeta, la Rainbow Warrior è stata all’avanguardia nelle battaglie ambientaliste per più di venti anni. 
La nostra missione è agire per proteggere l’ambiente e promuovere la pace. Abbiamo una nuova Rainbow Warrior, pronta a salpare e ottenere vittorie importanti e urgenti in nome del nostro Pianeta.
(Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International)

La Rainbow Warrior III.jpg

La Rainbow Warrior III è la prima nave costruita appositamente per portare avanti le nostre campagne e giocherà un ruolo chiave nel futuro dell’organizzazione. È equipaggiata con le più moderne tecnologie di comunicazione, un eliporto a poppa e due scialuppe di salvataggio. Per tenere al minimo il consumo di carburanti e farne un mezzo di trasporto verde e sostenibile, è dotata di un rivoluzionario sistema di alberatura che sorregge 1260 metri quadrati di vele.

La costruzione della nuova Rainbow Warrior è stata possibile grazie alle donazioni di più di 100 mila sostenitori che hanno acquistato varie parti della nave sul sito http://anewwarrior.greenpeace.org. Proprio per questo la nuova nave comincerà il suo viaggio con un tour europeo di ringraziamento per tutti coloro che l’hanno resa possibile prima di fare rotta per l’America per le sue prime attività di campagna.

A metà dicembre la Rainbow Warrior III arriverà anche in Italia nel porto di Genova, dove sarà possibile visitarla e conoscere tutto l’equipaggio.

Fonte: http://www.greenpeace.org

Mar 14, 2011 - Senza categoria    No Comments

AAA vendesi Rainbow Warrior. Pezzo per pezzo

La Rainbow Warrior è in vendita. Un’operazione virtuale che servirà a finanziarne la costruzione. Dalle forchette al timone, dagli oblò alla vela principale, chiunque potrà acquistare online uno degli oltre 400 mila componenti della nave.

Se state pensando di contribuire alla nascita della nuova Rainbow Warrior, il sito dedicato èwww.greenpeace.org/anewwarrior. Con un semplice click potrete ingrandire ogni angolo della nave, selezionare il pezzo preferito e acquistarlo online. Non solo, sul sito è possibile fare un tour in 3D e documentarsi con le video-storie raccontate dai membri dell’equipaggio. 

Ogni donatore potrà inoltre scrivere una dedica personale sul sito web dell’ammiraglia di Greenpeace e seguire in diretta la costruzione, grazie a una webcam installata presso il cantiere Fassmer a Brema, in Germania.

Gli oggetti acquistati rimarranno a bordo mentre a casa riceverete un certificato attestante il vostro generoso contributo. In più, nella sala conferenze della Rainbow Warrior III vedrete scritto il vostro nome sul muro delle dediche

Quando Pete Willcox, capitano della nave di Greenpeace, ha saputo della “vendita”, ha commentato l’iniziativa con la frase “Salviamo il pianeta insieme”. Per Willcox, acquistare un pezzo della nuova Rainbow Warrior significa avere l’opportunità di finanziare un’importante battaglia contro cambiamenti climatici catastrofici, portando avanti il lavoro dell’associazione senza uscire di casa.

Greenpeace è alla costante ricerca di idee creative che generino sostegno e la vendita virtuale della nuova Rainbow Warrior ne è un chiaro esempio. Per salvaguardare la nostra indipendenza abbiamo bisogno della partecipazione e del contributo dei singoli individui.

La nuova Rainbow Warrior è la prima nave costruita appositamente per portare avanti le campagne ambientali di Greenpeace e giocherà un ruolo chiave nel futuro dell’organizzazione. Lanciata nel 1978, la prima Rainbow Warrior fu affondata dai Servizi segreti francesi a Auckland nel 1985. La seconda nave ha assunto i colori di Greenpeace nel 1989 e ora è arrivato il momento del suo ritiro. Il lancio della Rainbow Warrior III è previsto per l’autunno del 2011.

 

Fonte: www.greenpeace.org

Mar 2, 2011 - News    No Comments

Cellulari e cervello, ancora

L’uso del telefono cellulare fa aumentare l’attività cerebrale nelle aree della testa che si trovano in prossimità dell’antenna del telefonino. In una ricerca scientifica da poco pubblicata sul Journal of the American Medical Association, Nora Volkow e il suo gruppo di ricerca sostengono di aver dimostrato per la prima volta che le radiazioni emesse dai cellulari possono influenzare il comportamento di alcune cellule cerebrali, anche se al momento non è ancora chiaro se questo processo possa portare a rischi effettivi per la salute di chi usa i telefonini.

L’esito della ricerca riporta a galla ancora una volta l’annosa questione dei possibili pericoli causati dai cellulari. Uno studio pubblicato a fine gennaio in Gran Bretagna aveva escluso che questi dispositivi potessero aumentare le probabilità di ammalarsi di cancro al cervello. Ma le ricerche scientifiche sulla pericolosità dei cellulari hanno portato negli anni a risultati molto diversi e spesso in contrasto tra loro, come ricordano sul Wall Street Journal.

La più grande preoccupazione è che le radiazioni dai telefoni cellulari possano causare mutazioni nel DNA o cambiamenti nei processi chimici del cervello, portando a forme tumorali o problemi cognitivi. Ma a oggi non c’è alcuna prova sul fatto che la frequenza delle onde radio emesse dai cellulari siano potenti a sufficienza da causare questi cambiamenti.

La ricerca cui ha partecipato Nora Volkow è stata realizzata dai ricercatori dei National Institutes of Health di Bethesda e dal Brookhaven National Laboratory di New York. Il gruppo di ricerca ha misurato la quantità di zuccheri utilizzata dal cervello di 47 volontari per valutare l’attività delle loro cellule cerebrali. Le analisi sono state realizzate dopo che ai soggetti erano stati applicati due telefoni cellulari, uno per orecchio, per cinquanta minuti in due differenti sessioni. Nella prima, nessuno dei due telefoni era acceso, mentre nella seconda il telefono applicato all’orecchio destro era attivo ma con l’altoparlante disattivato così da non far sapere ai soggetti se fosse o meno in funzione e non condizionare l’esito dell’esperimento.

Gli esperimenti hanno consentito di scoprire che alcune aree del cervello in prossimità dell’antenna del cellulare diventano molto più attive quando il telefonino trasmette, anche se chi lo sta utilizzando non sta partecipando attivamente alla conversazione. L’aumento dell’attività delle aree identificate dai ricercatori è stato pari a circa il 10% rispetto ai test condotti “a riposo” con entrambi i cellulari disattivati.

Lo studio da poco pubblicato è il primo a rilevare con relativa affidabilità un aumento dell’attività cerebrale nelle aree in prossimità dell’antenna dei cellulari, ma c’è da dire che già in passato alcuni ricercatori erano giunti a conclusioni simili utilizzando altre vie. Una ricerca condotta in Svizzera e basata sulla misurazione del flusso sanguigno nelle aree del cervello più vicine all’antenna del cellulare aveva messo in evidenza un maggiore afflusso di sangue, indice di una attività cerebrale più intensa.

La nuova scoperta, tengono a precisare i ricercatori, non ci dice che i cellulari sono pericolosi per la salute, ma semplicemente che le loro onde radio potrebbero essere alla base di una maggiore stimolazione di alcune aree del nostro cervello. I potenziali rischi per la salute potranno essere valutati solo nel lungo periodo. Gli studi fino a ora condotti su base statistica, valutando gli effetti dei cellulari sulla salute di chi li ha utilizzati negli ultimi 20 anni, hanno per ora portato a concludere che i telefonini non sono dannosi e non hanno causato un aumento dei casi di tumore cerebrale.

Mar 2, 2011 - libri e fumetti    No Comments

Che cos’è un nerd?

Sulla pagina di Wikipedia, consultata stamattina, c’è scritto che «per definizione, lo stereotipo o archetipo del nerd descrive un individuo che preferisce coltivare interessi intellettuali a discapito di altri interessi, utili in contesti sociali, quali la comunicazione, la moda e la cura della forma fisica»

Sembra una definizione piuttosto precisa, e invece non lo è.

Immaginate di aver organizzato una festa, e tra gli invitati c’è un critico d’arte che si presenta in canottiera e pantaloni dozzinali, si versa sei dita di Jameson, flirta con vostra figlia ancora adolescente, va in bagno e fa la pipì con la porta aperta.
Ecco: si può senz’altro affermare che quest’uomo è un intellettuale socialmente inetto che non ha la più pallida idea di cosa siano la moda e la cura della forma fisica. Ma non si può certo dire che il suo sia un tipico comportamento da nerd. Mettiamo che avete da poco conosciuto una ragazza che lavora nel campo della grafica. Questa ragazza viene a casa vostra per la prima volta e per tre ore di fila vi parla degli impulsi suicidi che la assalgono da quando ha abbandonato il corso di specializzazione postlaurea. Poi guardando il vostro poster di Klimt osserva che è la tipica cosa che si trova appesa alla parete di «un pivellino al primo anno di università»: anche lei è un’intellettuale socialmente inetta.
Ma non si comporta da nerd. In altre parole, il problema dell’attuale definizione di Wikipedia è che l’essenza del concetto di nerd non sta nell’intellettualismo o nell’inettitudine sociale.

A mio avviso esistono fondamentalmente due macrocategorie di nerd: la prima, per la stragrande maggioranza composta da soggetti di sesso maschile, comprende individui che esprimono il proprio intellettualismo in modo quasi meccanico, e la cui inettitudine sociale ha qualcosa di altrettanto meccanico. Questi nerd danno l’impressione, non sempre sgradevole, di essere simili a macchine. E ciò perché:
1) Nutrono una passione per attività tecnicamente sofisticate che escludono il coinvolgimento emotivo o fisico, il sesso, il cibo, la bellezza (la maggior parte delle attività che appassionano i non-nerd – la pallacanestro, il violino, il sesso, il surf, la recitazione, il lavoro a maglia, la decorazione d’interni, la degustazione di vini ecc. – si basa invece su uno di questi presupposti).
2) Parlano un inglese standard privo di connotazioni gergali.
3) Tendono a evitare lo scontro e il coinvolgimento sul piano fisico ed emotivo.
4) Preferiscono un tipo di comunicazione logica e razionale a forme di comunicazione o di pensiero non verbali e non razionali.
5) Usano la tecnologia per lavoro o per divertimento e la amano molto più di quanto la ami la media delle persone.

Questo vuol dire forse che la suddetta tipologia di persone è formata da robot umani? Certo che no.
Brian Wilson non ama il mare. «Ho paura dell’acqua» risponde a chi gli chiede se pratica il surf. Un giornalista, dopo averlo intervistato, ha detto che la sua «personalità alla Rain Man» dà un po’ l’idea della «voce nei messaggi telefonici registrati». Wilson è californiano, di Hawthorne, una località a dieci minuti dall’oceano pacifico, e ciò rende la sua idrofobia ancora più strabiliante. La madre, Audree, ha sempre sostenuto che, prima ancora che imparasse a parlare, Brian era già in grado di canticchiare la melodia dell’inno dei marines, e che anche la sua capacità di suonare vari strumenti musicali è un talento che si è manifestato in tenera età. Dennis, il fratello minore, lo convinse a scrivere una canzone su un nuovo passatempo dei giovanissimi, e fu così che Brian compose Surfin, il primo successo dei fratelli Wilson, che presto avrebbero dato vita ai Beach Boys. Le canzoni di Brian sono affreschi in musica che parlano di un’America senza tempo, fatta di ragazzi atletici pieni di macchine e di fidanzate. Verso la metà degli anni sessanta, mentre gli altri componenti dei Beach Boys erano impegnati in un tour in Asia, Brian si chiuse in studio con dei musicisti e registrò «Pet Sounds», usando bottiglie di Coca-Cola come strumenti a percussione, registrando in una stanza dal pavimento coperto di sabbia per ottenere il sound giusto, scrivendo le partiture e lasciando ad altri il compito di comporre i testi. Più la gente credeva nel mondo di fantasia creato da Brian, più lui si chiudeva in studio, lontano da tutto e da tutti, con la sola compagnia di strumenti e apparecchiature.

Wilson ha fatto cose che la tecnologia non è in grado di fare. Il suo lavoro ha una qualità più intuitiva che logica. I nerd che appartengono a questa categoria non hanno niente di meccanico, anche se possono sembrare simili a macchine. Vengono definiti nerd perché il loro comportamento è allo stesso tempo troppo poco umano e sovrumano.

La seconda categoria di nerd è costituita in egual misura da maschi e da femmine. Si tratta di individui che vengono definiti nerd perché socialmente ai margini.
Nel 1959, Anne Beatts – una ragazzina che a dodici anni frequentava già il primo anno delle superiori – si trasferì dal piccolo ambiente protetto di una scuola privata nella contea di Dutchess, nello stato di New York, a una scuola pubblica di Somers, all’epoca una delle più sperdute cittadine satellite della Grande Mela.
«Fu allora che sentii per la prima volta la parola nerd» racconta Anne. «La tipica immagine del nerd era uno che scoreggia nella vasca da bagno e scoppia le bolle che salgono in superficie. Ma praticamente i nerd erano tutti i ragazzini visti come sfigati dai popular kids, i più fichi della scuola. Erano tante le cose per cui si finiva per essere bollati come nerd: erano nerd gli sgobboni, quelli che andavano a fare i compiti in sala studio. Dal punto di vista dell’aspetto fisico, l’acne giovanile era uno dei requisiti più comuni. Io portavo la maglia della salute, mentre le altre ragazze già indossavano i primi reggiseni.»
Anne non aveva amici e cercava di finire i compiti a scuola, per cui si ritrovava a studiare durante l’ora di coordinamento o nella pausa pranzo. L’unica persona, oltre a lei, che aveva scelto quella vita appartata era «un genio della matematica, un ragazzino che parlottava da solo». Si chiamava Marshall.
«Qualcuno ci fece caso e mi chiese: “Ti piace Marshall?”. Io non ero addentro a certe sottigliezze del gergo della high school né mi rendevo conto della carica esplosiva di un verbo come «piacere». Non volevo rispondere: “No, non mi piace”, per cui dissi: “Sì, certo”. E allora tutti a dire: “Ah, le piace, eh? Allora è la fidanzata di Marshall!”.
E così venni presa in giro per tutto il primo anno di scuola: ero “la fidanzata di Marshall”, guadagnandomi anche il marchio di nerd.»
Era il 1962 e, a furia di saltare classi, Anne Beatts, a soli quindici anni, era arrivata all’ultimo anno di scuola. Era la redattrice del giornalino scolastico e coltivava qualsiasi attività potesse aiutarla a sentirsi accettata dai compagni, arrivando persino a preparare hot dog per le partite di football. Aveva raggiunto uno status che le garantiva un’immunità dalla costante presa in giro. Fu in quel periodo che decise di pubblicare sul giornalino scolastico un editoriale dal titolo «Lasciate in pace i nerd». L’articolo fu molto controverso e Anne alla fine fu sospesa dal suo incarico. Nei primi anni settanta cominciò a scrivere per il National Lampoon e nel 1975 approdò al Saturday Night Live.
Lì creò sketch incentrati su personaggi nerd, scrivendo a volte i testi insieme a Rosie Shuster, contribuendo così a far entrare nell’uso comune la parola nerd, come vedremo meglio in seguito. Beatts è stata anche autrice del telefilm Zero in condotta, una sitcom con protagonisti nerd, uno dei quali si chiamava Marshall Blechman.
Anne Beatts rappresenta la seconda categoria di nerd. È diventata una nerd non perché somigliasse in qualche modo a Marshall, ma perché i compagni di scuola, in cerca di zimbelli da far sentire esclusi, l’accomunavano a lui (che invece era un nerd appartenente alla prima categoria).
Nella cultura popolare americana gli eroi sono i surfisti, i cowboy, i pionieri, i gangster, le cheerleader e i giocatori di pallacanestro, gente che dà il meglio nell’impeto dell’espressione fisica di sé. Ma questi personaggi spesso sono frutto della fantasia di individui che somigliano molto di più ad Anne Beatts. Quel loro tipico voyeurismo da esclusi che spiano le gesta di una nazione splendente produce un’immagine dell’America che trova da sempre consensi in tutto il mondo, e anche nella stessa America. Il pianeta è pieno di outsider che muoiono dalla voglia di vedere, anche solo di sfuggita, la patria di tanti miti, e i nerd americani soddisfano questo bisogno producendo icone da adorare.
Brian Wilson – essere incorporeo, maniaco della sala di registrazione, che trascorreva giorni interi ad affinare le sonorità delle percussioni per canzoni che parlavano di squadre liceali di football e spiagge piene di ragazze – non rappresentava certo un’eccezione, bensì la regola fra gli inventori di miti nordamericani, che vanno dalla DreamWorks alla Microsoft. In questo libro cercherò di analizzare come una serie di personaggi mediatici – tutti nerd, chi più chi meno – hanno contribuito personalmente a forgiare il concetto attuale di nerd.

 

Esaminerò, inoltre, la relazione fra caratteristiche nerd e provenienza etnica. I nerd non appartengono necessariamente a una particolare classe sociale o a un determinato gruppo etnico, ma ci sono alcuni stereotipi etnici che più di altri hanno in comune con i nerd determinate caratteristiche. Verso la fine del xix secolo i pedagogisti raccomandavano ai ragazzi bianchi della media borghesia di coltivare il loro lato «primitivo», in modo che, crescendo, diventassero uomini atletici e di carattere, il contrario cioè dei cosiddetti greasy grinds, gli sgobboni che studiavano sodo per potersi riscattare dalla vita che conducevano nel Lower East Side. Negli anni ottanta, gli opinionisti dei giornali paventavano l’imminente conquista del mondo da parte dei giapponesi, forti della loro passione per la tecnologia e di una mentalità aziendale tecnologizzata. Immaginiamo che un responsabile della propaganda del Terzo Reich, grazie alla macchina del tempo, si ritrovasse catapultato nel 1984 e vedesse un film come La rivincita dei nerds: senz’altro individuerebbe dietro il personaggio di Lewis Skolnick, il protagonista, la tipica vecchia caricatura dell’ebreo, e in Orco e la sua cricca, per lo più tipici jock, cioè sportivi, biondi e con gli occhi azzurri, vedrebbe (dal punto di vista dell’aspetto, se non da quello del comportamento) la rappresentazione dell’ideale ariano, sebbene nel film non vengano mai sfiorate tematiche etniche o religiose. Mary Bucholtz, studiosa di linguistica, ha rilevato che, tra i ragazzi delle superiori, molti di quelli che si considerano nerd parlano un angloamericano formalmente ineccepibile – mentre i ragazzini bianchi più «fighi» prendono in prestito termini dello slang hip-hop – tanto da essere caratterizzati da quella che lei chiama hyperwhiteness: un’appartenenza così marcata alla razza bianca da annullare quell’aura di normalità che in genere accompagna i bianchi. La storia dell’evoluzione del concetto di nerd ci aiuta a capire meglio alcune nostre idee sul «primitivo» e «l’orientale», sui bianchi, gli ebrei, la natura e la tecnologia.

Quando dico «nostre idee» non mi riferisco solo alla mentalità americana. Rosie Shuster, Lorne Michaels ed Elvis Costello – due canadesi e un inglese – hanno contribuito moltissimo, nello stesso frangente storico, a delineare il concetto di nerd. L’otaku è una tipologia umana giapponese simile al nerd americano. A Tokyo ha addirittura un suo quartiere, Akihabara, famoso per le cameriere che si vestono come personaggi dei manga. In Inghilterra la parola boffin viene usata da secoli. Su internet si sprecano le teorie sulle sottili differenze di significato fra termini quali geek, dork e nerd nella Silicon Valley e in altri avamposti tecnologici. Ma in un’ottica internazionale, la figura del nerd/otaku/geek/dork è quella di un personaggio che presenta determinate caratteristiche: solitudine, natura ripetitiva e meccanica del lavoro in un’epoca industriale e postindustriale, scarso uso del corpo in un contesto ipermoderno e influenza dei mass media contemporanei che invitano le persone a intraprendere rapporti voyeuristici con delle mere finzioni, rendendole insensibili ai piaceri della vita reale. Capire i nerd significa approfondire la nostra conoscenza di numerosi demoni del nostro tempo.

Al di là di una definizione più o meno scientifica del concetto di nerd, si può parlare di uno stile nerd, di un’estetica nerd. Ci sono cose che si riconoscono subito: gli occhiali dall’aspetto indistruttibile eppure sempre mezzi rotti, le coscette nude che escono da sotto i bermuda con le pince, la risata infantile, la tendenza a prendersi molto sul serio. Questi sono sintomi universalmente riconosciuti, ed è interessante osservare quanto siano ricorrenti in alcuni personaggi della cultura pop.

Qual è la storia del nerd? Che caratteristiche hanno le varie sottoculture nerd e quali sono le regole e i rituali che accomunano queste sottoculture? Che cosa c’entrano le storie di due miei amici d’infanzia?
Questo è un argomento di solito trattato con una certa leggerezza, il mio invece sarà un approccio molto serio, da vero nerd.

 

Fonte: http://www.ilpost.it

Feb 17, 2011 - Senza categoria    No Comments

I sogni

I sogni esistono per essere realizzati, le promesse per essere mantenute, le delusioni… per rifarci cominciare a sognare